(Italiano) Avremo ancora l’occasione di ballare insieme / 2021

(Italiano)

un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

liberamente ispirato al film Ginger e Fred di Federico Fellini

interpretazione e co-creazione: Francesco Alberici, Martina Badiluzzi, Daria Deflorian, Monica Demuru, Antonio Tagliarini, Emanuele Valenti

aiuto regia e collaborazione allo spazio: Andrea Pizzalis

consulenza artistica: Attilio Scarpellini

luce e spazio: Gianni Staropoli

costumi: Metella Raboni

suono: Emanuele Pontecorvo

training tip tap: Lorenzo Grilli

direzione tecnica: Giulia Pastore

cura e promozione: Giulia Galzigni / Parallèle

amministrazione: Grazia Sgueglia

foto: still da un video del Prelinger Archives

una produzione: Associazione culturale A.D., Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio Prato

coproduzione: Comédie de Genève, Odéon – Théâtre de l’Europe, Festival d’Automne à Paris, Théâtre populaire romand – Centre neuchâtelois des arts vivants, Théâtre Garonne – scène européenne et Centre Dramatique National Besançon Franche-Comté

con il sostegno di Interreg France-Suisse 2014-2020, programma europeo di cooperazione transfrontaliera nel quadro del progetto MP#3, e del Romaeuropa festival

residenze: Ostudio Roma, Théâtre Garonne – scène européenne

“…il ballo continua. I due ballerini sono immedesimati nell’imitazione dei due celebri divi americani. Malinconia, sbandamenti e perle di sudore sulla fronte. Un po’ di fiatone e Marcello perde l’equilibrio e scivola in terra. “Marcello, è proprio una bella caduta…” Non è scritta sul copione. Ma Fred continuerà a cascare tante volte, quanti sono i ciak battuti.”

(dal diario di un assistente alla regia del film, in “Ginger e Fred”, Longanesi 1985).

In “Ginger e Fred” (1986) Marcello Mastroianni e Giulietta Masina interpretano un’anziana coppia di ballerini di tip tap, in passato discretamente conosciuta e ormai dimenticata da tutti. Pippo e Amelia si rincontrano dopo anni per partecipare al siparietto nostalgico di un varietà televisivo.

Avremo ancora l’occasione di ballare insieme è un progetto non su tutto Fellini, né su tutto il film. Ancora più che per il lavoro a partire da “Deserto Rosso” di Michelangelo Antonioni sentiamo il peso di andare a toccare un mostro sacro, un’icona. L’infinito Fellini che Goffredo Fofi ha descritto come “il nostro miglior antropologo e uno dei nostri massimi moralisti”.

Il titolo viene dal ribaltamento di una frase che Amelia dice alla fine del film a Pippo: “Non credo che avremo ancora l’occasione di ballare insieme”. L’anno di preparazione di questo lavoro è stato il secondo in cui, per via della pandemia, il mondo della cultura dal vivo non ha potuto di fatto svolgere il suo ruolo. Quando abbiamo riascoltato questo saluto malinconico che la Masina (già ammalata allora di quel male che se la portò via qualche anno dopo) fa allo sbandato Mastroianni non abbiamo potuto evitare di pensare anche a tutti noi. E a rilanciare un’occasione di incontro. La nostra è infatti prima di tutto una ballata dedicata agli artisti, al loro desiderio di essere un altro, alla loro determinazione a giocare per tutta la vita, a cadere ad ogni ciak, a mettere nei dettagli insensati la loro biografia più segreta, al loro smascherarsi “intenzionalmente senza intenzione” come ha detto Fellini parlando del lavoro dell’attore. È quindi è un progetto su Marcello Mastroianni. Su Giulietta Masina. È’ un progetto su Fred Astaire e Ginger Rogers. È’ un progetto su di noi. Un lavoro sulla coppia e un lavoro sul dialogo. Il dialogo come possibilità di procedere insieme, di generare azioni, anche immaginarie.

Come in Quasi niente continua la nostra ricerca sul filo rosso che unisce le generazioni.

In scena ci saranno, infatti, una coppia di trentenni, una di quarantacinquenni, una di sessantenni, anche se la coppia è una sola, nello scorrere degli anni. Ognuno, ognuna può dialogare anche con quello che è stato e sarà in un altro momento della vita. Avanti e indietro nel tempo, come nei sogni, così importanti per il grande regista, che li ha disegnati fino alla fine dei suoi giorni.

La scena del film che ci ha agganciato è il blackout durante il programma televisivo. Nel film, infatti, appena Amelia e Pippo cominciano a danzare, un blackout fa piombare lo studio in un buio sconcertante. Pippo cerca di convincere Amelia ad andarsene, mentre nell’oscurità tra i due si crea una strana, profonda intimità. “Chissà che cosa può cominciare da questa fuga?” sussurra Mastroianni a Giulietta mentre stanno per abbandonare lo show dove non si sentono rappresentati. E questo buio, questo vuoto, questa sospensione diventano per noi un’occasione di osservare l’altro lato del nostro bisogno forsennato di farci vedere.

Il grande vantaggio per Federico Fellini è stato quello di cogliere la “mutazione antropologica dell’arte” nel momento in cui stava accadendo, mutazione oggi ampiamente metabolizzata e fin troppo interiorizzata dagli artisti: il progressivo identificarsi tra atto creativo e merce. E se per noi la scelta è quella di non di ambientare il nostro lavoro in uno studio televisivo è perché, nel frattempo, quella televisione raccontata da Fellini è diventata uno dei tanti ologrammi della comunicazione globale. In un certo senso la televisione è ovunque e in nessun luogo. Anzi, il luogo principale di questa alienazione siamo noi stessi, in gran parte figli della sua lingua e del suo immaginario. Quel residuo di purezza che nei due personaggi felliniani si trasforma in rivolta, sia pure in rivolta impotente e pronta a sciogliersi a contatto con il calore del pubblico, si è volatilizzato in una pratica artistica che non riconosce né un aldilà, né un nemico.