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Il cielo non è un fondale

Quando siamo dentro casa e fuori piove cosa pensiamo dell’uomo che fuori è rimasto sotto la pioggia?
Per un lungo periodo abbiamo trasformato il mondo nella nostra casa di campagna o nella seconda casa al mare: il suo fuori, la sua esteriorità, non era altro che vacanza nel senso più proprio del termine – un vuoto che si apriva dentro di noi, una fuga dall’abitudine, dalla noia e dallo stress della vita che solitamente conduciamo dentro, tra le pareti, a un tempo angosciose e rassicuranti, delle case, tra quelle degli uffici, tra quelle dei cinema e dei teatri; persino la strada e la città, diceva il Benjamin dei “Passages” parigini, rappresentano dei salotti per il borghese europeo, mentre il suo intérieur si sporge sul mondo come un palco all’opera.
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Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni

Siamo nel pieno della crisi economica greca quando vengono trovate le salme di quattro donne, pensionate, che si sono tolte volontariamente la vita. «…Abbiamo capito che siamo di peso allo Stato, ai medici, ai farmacisti e a tutta la società –spiegano in un biglietto – Quindi ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Risparmierete sulle nostre pensioni e vivrete meglio».
Come hanno ordito queste quattro donne anziane questo singolare complotto contro la loro società in crisi? Abbiamo circoscritto il nostro immaginario tra il momento in cui prendono i sonniferi e quello in cui una ad una lasciano la vita nell’immacolato piccolo appartamento di periferia. “Ma chi ce l’ha fatto fare?” dice una delle nostre figure alle sue amiche e complici e scoppia in una fragorosa risata mentre è già distesa sul letto aspettando l’effetto delle pasticche ingoiate con della vodka, “uno dei modi più sicuri di fare una morte tranquilla nel sonno”.
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Reality

Realtà, reality senza show, senza pubblico. Essere anonimi e unici. Speciali e banali. Avere il quotidiano come orizzonte. Come Janina Turek, donna polacca che per oltre cinquant’anni ha annotato minuziosamente ‘i dati’ della sua vita: quante telefonate a casa aveva ricevuto e chi aveva chiamato (38.196); dove e chi aveva incontrato per caso e salutato con un “buongiorno” (23.397); quanti appuntamenti aveva fissato (1.922); quanti regali aveva fatto, a chi e di che genere (5.817); quante volte aveva giocato a domino (19); quante volte era andata a teatro (110); quanti programmi televisivi aveva visto (70.042). 748 quaderni trovati alla sua morte nel 2000 dalla figlia ignara ed esterrefatta.
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Rzeczy/Cose

Mariusz Szczygiel nel suo libro parlando di Janina Turek scrive: “Nella routine quotidiana succede sempre qualcosa. Sbrighiamo un’infinità di piccole incombenze senza aspettarci che lascino traccia nella nostra memoria, e ancor meno in quella degli altri. Le nostre azioni non vengono infatti svolte per restare nel ricordo, ma per necessità. Col tempo ogni fatica intrapresa in questo nostro quotidiano affaccendarsi viene consegnata all’oblio.”
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Rewind – Omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch 

Un lavoro sui tradimenti della memoria quindi, un tentativo di re-invenzione fatto di continue interruzioni, da miriadi di piccoli racconti collaterali tra autobiografia e totale fantasticheria. Un improbabile riavvolgimento del tempo, rewind appunto. Le sedie, lo spazio, i corpi, la danza, e noi oggi. Lontani da quella salvifica drammaticità di allora. Lontani da noi, spossati dal troppo aver visto, nuova forma di cecità. Dedicare un lavoro teatrale ad uno spettacolo mai visto non è stata una provocazione, ma una riflessione appassionata.
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Il posto

Quando diciamo “posto” intendiamo qualcosa di più (o di meno) di un luogo. Un posto è dove abbiamo lasciato un pezzetto di noi, è dove vogliamo tornare, o dove non vogliamo più mettere piede.
Segreto, brutto, nostro, nel cuore, nei pensieri. Un luogo a un certo punto è diventato un posto. Anche dentro casa. Quel posto tra le due finestre dove batte il sole e dove ti appoggi e stai, senza fare niente. Quel buco della vecchia poltrona di pelle dove infili il dito. E altro ancora.
Come rintracciare i posti di una casa dove non abbiamo vissuto?
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Quando non so cosa fare cosa faccio?

Camminare senza una meta precisa lungo un quartiere di Roma ascoltando un flusso ininterrotto di pensieri, racconti, piccole osservazioni, che da quel paesaggio partono e ritornano, come se fosse da fuori che arrivano i pensieri, mostrando come il nostro vissuto sia continuamente intrecciato con l’esterno. È questa l’azione performativa di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini che, partendo dal Teatro India, porteranno letteralmente fuori dalla sala teatrale un piccolo gruppo di spettatori lungo viale Marconi: negozi di ultima generazione e vecchie botteghe artigiane, panchine abitate da vecchi del quartiere e parchi popolati da bambini di tutte le etnie, antri, parcheggi e facciate nascoste degli imponenti palazzi.
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