Rewind – Omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch

uno spettacolo di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
produzione A.D.
con il contributo dell’ Imaie
con la collaborazione di Area 06-Roma, Rialto Santambrogio-Roma, Florian TSI-Pescara, Centro Artistico Grattacielo-Livorno, Armunia- Castiglioncello
organizzazione Anna Damiani
produzione e accompagnamento internazionale Francesca Corona
direzione tecnica Giulia Pastore

1978. Café Müller di Pina Bausch. Un infarto teatrale nel mondo della danza. Un evento artistico, un pezzo di storia dell’arte del ‘900. Per tutti noi – troppo giovani allora – Café Müller è stato una pietra di paragone, un mito, una frase fatta. A distanza di trent’anni abbiamo preso Café Müller come punto di partenza. Quell’oggetto oggi è inevitabilmente altro: il tempo trasforma, cancella, confonde e l’idolo, intoccabile e mitizzato si frantuma, rimangono le sacre macerie.
Finalmente le macerie. E allora è possibile camminare tra queste macerie, prenderne in mano una, guardarla da vicino e frantumarla ulteriormente. E’ possibile finalmente ridere. Con quello che resta è possibile fare tutto. “Ogni uomo uccide ciò che ama” canticchiava Jeanne Moreau in un film di Fassbinder. Un lavoro sui tradimenti della memoria quindi, un tentativo di re-invenzione fatto di continue interruzioni, da miriadi di piccoli racconti collaterali tra autobiografia e totale fantasticheria. Un improbabile riavvolgimento del tempo, rewind appunto. Le sedie, lo spazio, i corpi, la danza, e noi oggi. Lontani da quella salvifica drammaticità di allora. Lontani da noi, spossati dal troppo aver visto, nuova forma di cecità. Dedicare un lavoro teatrale ad uno spettacolo mai visto non è stata una provocazione, ma una riflessione appassionata . Ci siamo impegnati a raccontare questo miracolo artistico senza mai farlo vedere al pubblico e nel raccontarne la indicibile magia ci siamo ritrovati a parlare di noi, delle nostre famiglie, dei nostri amori e degli inizi e delle fini, di Odissea 2001 di Kubrick e di Mastroianni, di Madonna, dell’11 settembre e di Kennedy. Non per divagare, ma per verbalizzare la nostra esperienza come spettatori di fronte ai suoi lavori e la nostra nostalgia per qualcosa che non può tornare. Ora che Pina Bausch se ne è andata, è rimasta la sua lezione: i suoi spettacoli sono sempre stati cartine di tornasole dell’esistenza, spettacoli fatti per chi li guardava, spettacoli non di intrattenimento ma che volavano via e che avresti voluto durassero giorni e non ore, spettacoli non istruttivi, non critici, non politici, non sociali, spettacoli di spietato antinaturalismo ma da cui uscivi con un rinnovato senso di realtà, spettacoli dove la frammentarietà non toglieva nulla alla fortissima autorialità dell’insieme, spettacoli divertenti e commoventi , spettacoli che univano indissolubilmente umanità e forma. Come non voler fare teatro dopo averli visti? Come non voler fare danza dopo averli visti? Abbiamo dato il peggio, nel cercare di fare degli spettacoli ‘alla’ Pina B., anni di sedie e di sottovesti, anni di micromovimenti e microfoni con fili penzolanti, per poi finalmente dimenticare tutto e cominciare ad assorbire la lezione più profonda e semplice, la solita vecchia lezione di tutti i maestri: non seguirmi, cercati.

RASSEGNA STAMPA

Tournee

Scheda tecnica


Rewind
Omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch

text, direction and performed by Daria Deflorian and Antonio Tagliarini
managing Anna Damiani
international promotion Francesca Corona
technical direction Giulia Pastore


production A.D.
with the support of Imaie
in collaboration with Short Theatre, Rialto Santambrogio, Florian TSI, Centro Artistico Grattacielo, Armunia-Catiglioncello

1978. Café Müller by Pina Bausch. A theatrical heart-attack. An artistic event, a piece of twentieth- century art history. For all of us – too young at the time – Café Müller was a touchstone, a myth, a cliché. Thirty years later we take up Café Müller as a starting point. Today, it is inevitably something else; time has changed it, erased, confused and idolized it; something untouchable and mythical has shattered leaving only sacred ruins. Just ruins, in the end. So now, one can walk among this rubble, pick up and handle it, look at it up close and splinter it further. And finally, it’s possible to laugh. It’s possible to do every and anything with what remains. “Every man kills what he loves”, sang Jeanne Moreau in a Fassbinder film. Therefore, the work is about memory’s betrayals, an attempt at re-invention made up of continuous interruptions and a myriad of little tales on the side, bordering on the autobiographical and total reverie. Thus rewind: an improbable rewinding of time.
The chairs, the space, the bodies, the dancing and ourselves today. Far from the redemptive dramatic force of that time. Distant from us, who are weary from having seen too much – a new form of blindness.

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